Pinocchio: una mostra virtuale

Pinocchio: una mostra virtuale

Il mio Pinocchio, di Nadia Terranova

 

— Nadia Terranova, Il mio Pinocchio, in Un’idea d’infanzia. Libri bambini e altra letteratura, Piccola biblioteca di letteratura inutile, 25, Trieste: Italo Svevo, 2019.

 

Ho conosciuto Pinocchio, nell’edizione originale e integrale – non nei suoi adattamenti, non nelle sue riduzioni e versioni cinematografiche e televisive – nel mese di settembre del 1991. Posso datare il nostro incontro con precisione, perché in quei giorni io frequentavo il quarto ginnasio e avevo a che fare con una nuova classe, una nuova scuola, una nuova vita. La professoressa di italiano ci annunciò subito come avremmo lavorato: ogni mese avremmo letto un libro, ciascuno per conto suo, lei ci avrebbe dato delle domande e infine ne avremmo discusso insieme. Il primo romanzo, stabilì, sarebbe stato Pinocchio. Fui molto delusa: speravo di approfittare degli obblighi scolastici per leggere uno di quei libri da adulti che ancora mi erano preclusi, che non potevo tirar giù dagli scaffali della libreria si casa senza dare nell’occhio, come Tropico del cancro di Henry Miller con la sua copertina accattivante e sensuale. Invece, alle soglie dell’adolescenza e mentre il mio corpo e i miei ormoni si apprestavano alla rivoluzione, mi toccava una favola, neanche fossi stata una mocciosa. Lessi Pinocchio, perché ero studiosa e volevo fare bella figura, anche se, nonostante leggere mi piacesse più di ogni altra cosa, non ne avevo alcuna voglia. Principiai dunque così, svogliatamente e senza capire il senso di quella direttiva, ma augurandomi di oltrepassarla il prima possibile per dedicarmi ad altre e più seducenti storie. Invece restai sorpresa. Non posso dire che mi innamorai, non allora, non subito, ma la ricchezza di colpi di scena del romanzo di Carlo Collodi mi colpì insieme a sfumature che mi sembrarono subito molto più adulte di quanto avevo sospettato. Ecco perché era stato adattato tante volte, pensai: era un romanzo complesso, non adatto ai bambini. Dunque, la mia professoressa non si era sbagliata, ci aveva dato da leggere un libro per grandi. La domanda più importante del suo questionario era: «La morale di Pinocchio è ancora attuale?».

Non ricordo di preciso cosa risposi, però risposi di sì, che la morale era ancora attuale. E non ricordo di preciso cosa pensai, però ricordo che ero molto preoccupata di non contraddire la professoressa, la quale – pensai – se ci aveva fatto quella domanda doveva avere già in mente la risposta. Ansiosa di fare bella figura, non ci ragionai troppo su. Quando in classe si avviò la discussione sul libro, la professoressa passò subito a quella domanda. Allora, la morale di Pinocchio era attuale sì o no? Annuivamo uno dopo l’altro, e a poco a poco che ci passavamo la parola fra i banchi, lei sbuffava sempre più. Non ci zittiva, non ci contraddiceva, solo: si annoiava. Finché uno di noi non si schiarì la voce e disse che no, la morale di Pinocchio non era attuale, ma consolatoria e anche un po’ finta, e lei finalmente si illuminò. Cominciò allora a raccontare il vero finale di Pinocchio, quello che Collodi era stato costretto a cambiare: il burattino finiva impiccato a una quercia dal Gatto e la Volpe. Altro che trasformazione in un bambino vero! «Oh babbo mio! Se tu fossi qui! E non ebbe fiato per dir altro. Chiuse gli occhi aprì la bocca, stirò le gambe e dopo un grande scrollone rimase lì come intirizzito».

Avevo tredici anni, il catechismo fresco, la prima comunione alle spalle e frequentavo al pomeriggio un oratorio salesiano. Nutrivo i primi dubbi sulla mia fede, e me ne vergognavo, ma il Cristo morente continuava ad affascinarmi, con quell’invocazione al padre che però non riesce a salvarlo, non dalla sua fine terrena. E che Pinocchio morisse come Cristo, rivolgendo le ultime parole a un genitore che non avrebbe potuto liberarlo dalla condanna, mi sembrò terribile e potentissimo. Ripensai a tutto il libro con un altro sguardo. Ripensai anche a me in modo diverso: perché avevo risposto con tanta superficialità a una domanda profonda, e avevo avuto paura di indagare dentro di me? Non avevo neppure preso in considerazione l’idea di coltivare un pensiero critico rispetto all’interrogativo che la professoressa ci aveva posto. Fu quello il mio primo, vero giorno di nuova scuola. Capii cosa significava il ginnasio, e seppi che tutto lo studio del mondo non mi avrebbe salvata se non ci avessi messo dentro carne, ossa e verità. Capii anche che dietro ogni romanzo c’era una storia che solo in parte coincideva con il risultato finale, e fare lo scrittore era un mestiere che doveva tenere conto di molte variabili, persino delle proteste del pubblico, non certo solo di una cosa impalpabile come l’ispirazione.

Dieci anni dopo rilessi Pinocchio. Mi innamorai, allora sì. Ero pronta, fresca di studi di filosofia: le avventure del burattino erano ormai uno scrigno di simboli in cui avevo trovato la chiave, piansi e risi e mi incaponii a cercare fili segreti, e andai in cerca delle storie che lo circondavano, e scrissi sulla prima pagina della mia agenda: «Ti mando questa bambinata, fanne quel che ti pare; ma, se la stampi, pagamela bene per farmi venire la voglia di seguitarla », a futura memoria di come si possa essere onesti e venali insieme, ironici e serissimi.

Altri dieci anni dopo, mi ritrovai per breve tempo a rimediare uno stipendio insegnando italiano in una scuola privata. Ai bambini di quella scuola, da anni, si dava da leggere un adattamento di Pinocchio che trovai brutto, monco e edulcorato. Non solo non c’era traccia delle sue sfumature gotiche, ma neppure sembrava ciò che indubitabilmente è: un romanzo d’avventura, ricco di colpi di scena e capace di tenere col fiato sospeso. Protesta: i bambini non meritavano quella diluizione dolcificata, bisognava aver coraggio e dar loro l’originale. Purtroppo non vinsi la mia battaglia: ero l’ultima arrivata, ero giovane e precaria, il mio ruolo era transitorio e faticavo a essere presa sul serio. Mi presi la mia rivincita leggendo di nascosto l’incipit originale, e chiedendo alla mia seconda elementare quale piacesse loro di più. Mi godetti la risposta, soddisfatta di aver sospettato il vero, e tra me e me augurai loro di trovare, nella loro vita, adulti più coraggiosi di noi.